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Seguiamo la vita della famiglia Naimoli: Loredana, Gabriele ed il piccolo Zaccaria una famiglia missionaria trevigiana "inviata" dal Centro Missionario di Treviso  a Manaus dove vivono e lavorano assieme ai sacerdoti "fidei donum" di Treviso don Lorenzo Tasca  e don Stefano Moino

  
        

 26 settembre 2009 - GIORNI DI GRANDE TRISTEZZA

Cari amici, come avrete saputo dai giornali, dalla televisione e' successa una cosa davvero assurda sabato scorso 19 di settembre.....era il compleanno di Don Stefano, avevamo appena terminato di celebrare l'eucarestia nella nostra capellina in casa, per festeggiarlo, con la presenza di tutte le suore che lavorano nell'area missionaria...avevamo iniziato a fare colazione e cantato gli auguri a Stefano, quando una telefonata del vescovo Don Mario a D. Lorenzo, ha sconvolto tutti.

Padre Ruggero e' stato ucciso in camera sua con un colpo di pistola alla testa....queste parole risuoneranno per sempre nella nostra mente...io incredula non riuscivo a trattenere le lacrime, la festa si e' conclusa e siamo partiti in fretta e furia verso la sua casa. In pochi attimi hanno portato via un amico, un Padre sensibile, affettuoso, vero, ed il nostro Padre Spirituale...

       
  

Questi giorni sono stati davvero molto forti per noi qui in casa, con la presenza di amici di Ruggero da Rio de Janeiro, padri missionari della Diocesi di padova che avevano lavorato con lui e poi delle quattro sorelle: Luisa, Vilma, Alda e Giuliana; tutti sconvolti ed increduli, con poche parole si è creato tra noi un clima fraterno, di solidarietà, di aiuto e conforto.....

Ci sono stati momenti molto forti, durante la celebrazione di saluto di Domenica scorsa con migliaia di persone, nella funeraria, l'eucarestia con la presenza dei vescovi e di molti amici di Ruggero e l'ultimo saluto straziante prima della chiusura della cassa..

Ruggero era molto amato, in soli due anni aveva conquistato il cuore di molta gente, tante sono state le testimonianze di affetto nei suoi confronti, gente semplice, umile, bambini, anziani, tutti eravamo stretti a lui frastornati. Questa morte non sarà invana, già questa mattina si e' svolta una gran manifestazione nel quartiere di S. Etelvina,in moltissimi abbiamo camminato tra le strade, gridando, cantando e pregando per la giustizia e la Pace, Ruggero era con noi, il suo volto sorridente stampato nelle magliette che indossavamo, ma sicuramente presente col suo spirito che e' stato immolato....Zac ha pianto con la notizia della morte di Ruggero, era molto affezionato a lui, ha continuato a dirmi per alcuni giorni...ma io non volevo...nessuno avrebbe voluto!!!!

Ieri mattina mentre eravamo in macchina mi dice, sai che io sto vedendo che Ruggero è un angelo...queste parole mi hanno fatto venire nuovamente le lacrime agli occhi e mi si e' stretto il cuore...

Ruggero, sei un angelo ed ora preghi per un mondo più giusto nella gloria del Padre.

Ti vogliamo bene, grazie per tutti i momenti che ci hai donato, di confidenze, di ascolto, di condivisione, scusaci per le volte che non ti abbiamo dedicato tempo, presi dalle cose da fare, sei e starai sempre nei nostri cuori, ed ora ti stiamo accompagnando col pensiero nel tuo ultimo viaggio verso l'Italia, dove sarai accolto purtroppo dentro una cassa da moltissime persone.

Ciò che ci lascia un po' piu' "rincuorati", e' che la tua morte e' una morte Santa e Dio ti ha voluto cosi'....

Ruggero Grazie, e noi qui non smetteremo di lottare per quei valori di giustizia, di amore in cui credevi tanto ed insegnavi a tutti noi in modo semplice, seguendo l'esempio di Gesù. 

 

     
 

Qualcosa non va!

Riflessione di Lucia rientrata da poco dal Tanzania dopo un'esperienza con i missionari Comboniani
 

Nessuno penserebbe mai di iniziare a formarsi una famiglia costruendo, per prima cosa, la casa.

Non si può pensare di far nascere e crescere una comunità, qualsiasi sia il progetto di essa, se non si parte dalle relazioni. Dalle persone e dall’incontro con esse.

E’ l’evidenza di questo che mi scombina i pensieri delle mie serate africane, mentre sono ospite di un Paese in cui devo entrare in punta di piedi. Con il rispetto del visitatore.

E i miei ragionamenti non devono essere immuni da questo rispetto, senza la pretesa delle cose capite, delle certezze immodificabili che con arroganza feriscono spesso chi ascolta.

Però, mentre sono qui, tutto mi porta a questa evidenza, la testa mi si affolla di dubbi e sarebbe sbagliato affossare questa criticità, a parte che credo non ne sarei capace.

Qui si costruiscono ospedali, missioni, centri d’accoglienza e cooperative di ogni genere, ma quanti di essi sono espressone della coscienza e volontà di riscatto di questa gente?

Ciò si tradurrebbe nella pratica in una cooprogettazione, che a sua volta si tradurrebbe in un:

Diventiamo amici. Poi vediamo le nostre speranze e le nostre esigenze, se ne abbiamo e quali sono, e poi, forse, se ci va, cerchiamo insieme di risolverci i problemi e di migliorare la nostra situazione”.

A quel punto non ci si trova più di fronte ad un problema di uno solo dei due, diventa una battaglia condivisa negli obiettivi e negli strumenti.

Sono partita dalla fine per dire come credo dovrebbe essere.

Invece qui in Tanzania, quanto è calato dall’alto?

Quanto è frutto di quella sana volontà di aiutare qualcuno, che non può non esserci almeno tra chi è stato qui ed  ha gli occhi per vedere...che però viene invalidata dalla violenza presuntuosa del fare, del migliorare, del decidere ed organizzare?

Molte persone che incontriamo si rammaricano del come, anche provando ad inserire personale locale nella gestione dei propri progetti (ne vediamo più di uno) in modo che venga da loro preso a cuore e proseguito, il sistema non funziona.

Il personale se ne disinteressa, e questo spesso viene letto come una  non predisposizione al lavoro di questa gente, dovuta un po’ alla cultura, un po’ alla mancanza di ambizione, di desideri e di speranza.

Io credo che qualsiasi progetto che nasca come un progetto altrui non sia semplice da far funzionare.

Chi l’ha pensato?

Chi l’ha voluto?

Di chi sono gli obiettivi che ci si è posti e l’analisi della situazione che li ha preceduti?

Ogni processo culturale ha i suoi tempi, che non sono quelli dei colonizzatori, neppure dei colonizzatori “umanitari”, di chi esporta i diritti e la democrazia.

Sono i tempi della relazione e della conoscenza.

Dell’amicizia, di chi lascia da parte la mentalità del benefattore.

Di chi sa incontrare prima di voler fare.

Perché noi qui siamo stranieri, che per fortuna in Africa è ancora sinonimo di OSPITI, e ce lo dobbiamo ricordare. Nessuno di noi che abbia un cuore lascerebbe mai un bimbo e la sua giovane mamma senza cure, senza un ospedale, ma ciò che differenzia tutte le cose è il come si fanno.

La nostra invasività, con le migliori intenzioni, rischia di essere piuttosto dannosa sul lungo periodo...non fosse altro perché da 30 anni c’è cooperazione internazionale qui in Tanzania, e basta restare un mese per rendersi conto che qualcosa non va.

(tratto da l sito giovani e Missione)