Qualcosa non va! Riflessione di Lucia rientrata da poco dal Tanzania dopo un'esperienza con i missionari Comboniani Nessuno penserebbe mai di iniziare a formarsi una famiglia costruendo, per prima cosa, la casa. Non si può pensare di far nascere e crescere una comunità, qualsiasi sia il progetto di essa, se non si parte dalle relazioni. Dalle persone e dall’incontro con esse. E’ l’evidenza di questo che mi scombina i pensieri delle mie serate africane, mentre sono ospite di un Paese in cui devo entrare in punta di piedi. Con il rispetto del visitatore. E i miei ragionamenti non devono essere immuni da questo rispetto, senza la pretesa delle cose capite, delle certezze immodificabili che con arroganza feriscono spesso chi ascolta. Però, mentre sono qui, tutto mi porta a questa evidenza, la testa mi si affolla di dubbi e sarebbe sbagliato affossare questa criticità, a parte che credo non ne sarei capace. Qui si costruiscono ospedali, missioni, centri d’accoglienza e cooperative di ogni genere, ma quanti di essi sono espressone della coscienza e volontà di riscatto di questa gente? Ciò si tradurrebbe nella pratica in una cooprogettazione, che a sua volta si tradurrebbe in un: “Diventiamo amici. Poi vediamo le nostre speranze e le nostre esigenze, se ne abbiamo e quali sono, e poi, forse, se ci va, cerchiamo insieme di risolverci i problemi e di migliorare la nostra situazione”. A quel punto non ci si trova più di fronte ad un problema di uno solo dei due, diventa una battaglia condivisa negli obiettivi e negli strumenti. Sono partita dalla fine per dire come credo dovrebbe essere. Invece qui in Tanzania, quanto è calato dall’alto? Quanto è frutto di quella sana volontà di aiutare qualcuno, che non può non esserci almeno tra chi è stato qui ed ha gli occhi per vedere...che però viene invalidata dalla violenza presuntuosa del fare, del migliorare, del decidere ed organizzare? Molte persone che incontriamo si rammaricano del come, anche provando ad inserire personale locale nella gestione dei propri progetti (ne vediamo più di uno) in modo che venga da loro preso a cuore e proseguito, il sistema non funziona. Il personale se ne disinteressa, e questo spesso viene letto come una non predisposizione al lavoro di questa gente, dovuta un po’ alla cultura, un po’ alla mancanza di ambizione, di desideri e di speranza. Io credo che qualsiasi progetto che nasca come un progetto altrui non sia semplice da far funzionare. Chi l’ha pensato? Chi l’ha voluto? Di chi sono gli obiettivi che ci si è posti e l’analisi della situazione che li ha preceduti? Ogni processo culturale ha i suoi tempi, che non sono quelli dei colonizzatori, neppure dei colonizzatori “umanitari”, di chi esporta i diritti e la democrazia. Sono i tempi della relazione e della conoscenza. Dell’amicizia, di chi lascia da parte la mentalità del benefattore. Di chi sa incontrare prima di voler fare. Perché noi qui siamo stranieri, che per fortuna in Africa è ancora sinonimo di OSPITI, e ce lo dobbiamo ricordare. Nessuno di noi che abbia un cuore lascerebbe mai un bimbo e la sua giovane mamma senza cure, senza un ospedale, ma ciò che differenzia tutte le cose è il come si fanno. La nostra invasività, con le migliori intenzioni, rischia di essere piuttosto dannosa sul lungo periodo...non fosse altro perché da 30 anni c’è cooperazione internazionale qui in Tanzania, e basta restare un mese per rendersi conto che qualcosa non va. (tratto da l sito giovani e Missione) |