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Tra gli indigeni Warao
                   
           
                     
   

Sr. Ivanna Cavallo è una Missionaria della Consolata, piemontese, che ci condivide volentieri la sua esperienza missionaria in Venezuela, tra gli indigeni Warao.

La sua è la riflessione di chi, insieme ad altre consorelle e confratelli, ha avvicinato i “lontani” ed è rimasta ammaliata della loro ricchezza umana, del loro habitat naturale e, soprattutto della loro capacità di affrontare la vita con dignità, nonostante sia uno dei popoli “dimenticati e manipolati” dalle convenienze politiche...

 
                             

Le prime cose che colpiscono chi arriva in Warauna (così si chiama in warao la nostra terra) sono la bellezza suggestiva di tanti fiumi, piccoli e grandi intrecciati nei loro percorsi; le strisce di terra ricoperte da una fitta vegetazione; gli uccelli colorati; le “tonine”, simili ai delfini, che fanno capolino dall’acqua; le correnti dei fiumi che vanno su e giù per il fenomeno della alta e bassa marea; il cielo stellato, che sembra si possa toccare con un dito; la splendida luna piena che illumina a giorno le notti; e tante altre meraviglie della natura.

Secondo motivo di bellezza è la gente: i warao; un popolo indigeno accogliente e allegro.

Forte:

la vita in warauna non è facile, la mortalità infantile è alta, gli spostamenti sono difficili, le difficoltà sono tante, ma mai sentirai un warao lamentarsi.

Creativo:

non si perde d’animo, trova sempre la maniera di risolvere il problema, di aggiustarsi con quello che ha.

Padrone del tempo:

se non si riesce a fare oggi, si fa domani.

Rispettoso della natura:

è la madre provvidente, si raccoglie, si caccia e si pesca il necessario per la famiglia o per vendere quel poco sufficiente per comprare farina o benzina.

Natura che il warao conosce molto bene: difficilmente ci si perde in mezzo a quei fiumi, che agli occhi di un jotarao, cioè un non warao, sembrano tutti uguali.

Purtroppo è anche un popolo spesso marginato, usato dalla politica, non rispettato nei suoi diritti, che sta soffrendo forti cambi culturali per il contatto con il mondo “criollo”, venezuelano non indigeno.

Ciò che ancora rende ai miei occhi bella e cara la missione di Nabasanuka è il nostro equipe formato da suore e padri della Consolata: sr. Luigina Goffi, sr. Carla Pianca, p. Josiah K’Okal, p. Vilson Jochem, p. Zachariah Kariuki ed io, sr. Ivana. A dire il vero a me il termine “equipe” non piace molto, preferisco chiamarla comunità perché è così che ci sentiamo, è così che viviamo pur rispettando i momenti e i cammini di “autonomia”.

La nostra è una comunità dove sono di casa la corresponsabilità e la complementarietà nei lavori domestici e nell’apostolato; la semplicità e la sobrietà nello stile di vita; lunghe ore di condivisione, riflessione, valutazioni per sognare e realizzare insieme i cammini dell’evangelizzazione; lo sforzo comune di entrare a piedi scalzi in questa nuova realtà, stando vicino alla gente, conoscendo la cultura e studiando la lingua locale.

Ma la cosa più preziosa è che ci vogliamo bene, condividiamo l’amore alla missione,  e ci sentiamo privilegiati dal Signore per averci inviati al popolo warao. Ed è  proprio questo che ci aiuta a superare anche le piccole difficoltà che si presentano.

La sfida grande di una nuova modalità di evangelizzazione, è diventata il nostro sogno.

Sogno che all’inizio era un po’ sfocato, ma che dopo una prima conoscenza della realtà e una riflessione comune ha preso forma. Sogniamo una “evangelizzazione che sia integrale, che contempli la promozione umana, che consideri la catechesi come processo di crescita nella fede e nella cultura, che sia basata sull’amicizia e vicinanza alla gente, che prenda in considerazione la storia del popolo warao, che sia fatta con la nostra testimonianza di vita e che si proietti ad un cammino di inculturazione e formazione di cristiani maturi con una forte esperienza di Dio”.

Certo il sogno è grande e per realizzarlo, come abbiamo visto, il cammino è lento, di ricerca di percorsi più adatti, e soprattutto bisognoso di una costante riflessione nella preghiera, valutazione e disponibilità a ripartire sempre. Questo sogno, insieme alla gioia di essere chiamate a realizzarlo, sono un’altro aspetto che dice a me la bellezza di questa nostra missione e anche la generosità del Signore.

Concludo con le parole del salmo 116, che esprimono bene i miei sentimenti e spiegano anche  il mio stare qui in questo tempo a Nepi in preparazione ai voti perpetui:  

“Allora come rendere grazie al Signore per quanto mi ha dato?

Alzerò il calice della salvezza e adempirò i miei voti al Signore davanti a tutto il suo  popolo”.

   
                               
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